Compositori
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Carlo Francesco Pollarolo

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AriodanteConfitebor in B-flat majorCor ferite, o coeli amoresEcco il maggio PastorelleInfelice è il viver mioJefteMagnificat in F major (Magnificat in fa maggiore)Non lo voglioO quanto volontieri à rivederviOrgan Sonata in D minor (Organ Sonata in re minore)Ove l'Adria fastosaParto e sentoPunge un fiore quell'ape crudeleScesa dal reggio soglioSe un grand amorSu la tremola frondaTito Manlio
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Carlo Francesco Pollarolo (forse Brescia, 1653 circa – Venezia, 7 febbraio 1723) è stato un compositore e organista italiano.
Fu uno dei maggiori operisti del suo tempo e i suoi lavori in questo ambito mostrano le transizioni stilistiche tra la magniloquente opera veneziana del XVII secolo e la nuova scuola operistica napoletana.
Poco si conosce sugli anni giovanili di Pollarolo. Ricevette i primi rudimenti musicali probabilmente dal padre, Orazio Pollarolo, un organista attivo dapprima presso la chiesa dei Santi Nazaro e Celso di Brescia e successivamente presso la cattedrale della città. Successivamente, non è noto quando, si recò a Venezia, per perfezionarsi probabilmente sotto la guida di Giovanni Legrenzi. Prima del 1676 Carlo Francesco fu organista nella città natale presso la Congregazione dei Padri della Pace; contemporaneamente sostitutiva, nella medesima posizione, talvolta il padre presso il Duomo, questo sino il 18 dicembre 1676, quando gli succedette ufficialmente. Nel 1674 si sposò presso S.S. Nazaro e Celso, chiesa in cui lo stesso anno battezzerà i suoi primi due figli; due anni dopo, nel 1676, nascerà il suo terzo e più noto figlio, Antonio Pollarolo, che seguirà le orme del padre, diventando anch'egli compositore.
Il 12 febbraio 1680 divenne maestro di cappella della cattedrale bresciana, succedendo a Pietro Pelli, e fu eletto capo musico nello stesso posto. Il 7 giugno 1681 ricevette una simile carica all'Accademia degli Erranti, un'associazione della città che si occupava di attività letterarie e musicali, tenendo tale posizione sino al 1689.
Presso l'Accademia degli Erranti nel 1678 mise in scena la sua prima opera, Venere travestita; due anni dopo fu invece la volta del suo primo oratorio, La fenice. A partire dal 1685 la sua attività compositiva di opere e oratorio incrementò progressivamente: in questo anno si vide la rappresentazione di due suoi drammi, I delirii per amore, dato a Brescia, e La Rosinda, data a Vienna. Nel 1686 con Il demone amante, overo Giugurta aprì la stagione al Teatro Sant'Angelo di Venezia; nello stesso anno e nello stesso palcoscenico mise in scena Il Licurgo, overo Il cieco d'acuta vista. Negli anni successivi compose tre opere per Verona, Rodeico (1687), La costanza gelosa negl'amori di Cefalo e Procri (1688) e Alarico re de Goti (1689), e un'altra per Brescia, Antonino e Pompeiano, una rielaborazione di un dramma composto precedentemente da Antonio Sartorio.
Verso la fine del 1689 con la sua famiglia lasciò Brescia per stabilirsi definitivamente a Venezia. Il 13 agosto 1690 fu nominato secondo organista della Basilica di San Marco e due anni dopo ne divenne vice-maestro di cappella. Dal 1691 le sue opere iniziarono a essere rappresentate regolarmente nei maggiori teatri della città, soprattutto al San Giovanni Grisostomo, e in secondo luogo al Sant'Angelo, al San Cassiano e al San Fantino.
Nel 1694 tentò di diventare maestro di cappella di San Marco, ma per un voto fu eletto Antonio Biffi. Pochi mesi più tardi lasciò la posizione di vice-maestro di cappella della basilica veneziana a favore del figlio Antonio. Nonostante si fosse ritirato dall'ambiente musicale marciano, continuò ininterrottamente la sua attività di compositore d'opere fino al 1720, producendo i suoi migliori lavori tra il 1690 e il 1705. Parallelamente fu direttore musicale dell'Ospedale degli Incurabili, uno dei quattro famosi conservatori veneziani, presso il quale prestò servizio sicuramente dal 1696 al 1718, forse anche sino al 1722; per questa scuola scrisse diversi oratori latini. Compose musica anche per altre istituzione della città lagunare: ad esempio nel 1697 un oratorio, Il combattimento degli angioli, per Santa Maria della Consolazione, nel 1699 un intermezzo, Il giudizio di Paride, per l'Accademia degli Animosi, alla quale faceva capo il librettista Apostolo Zeno, nel 1716 una cantata, Fede, Valore, Gloria e Fama (nella quale il soprano Faustina Bordoni cantò nella parte di Fede), per l'ambasciatore austriaco a Venezia e nel 1721 l'epitalamio musicale Il pescatore disingannato fu dato per celebrare il matrimonio del figlio dell'ambasciatore. Con L'Arminio, messo in scena nel novembre del 1722, concluse la sua carriera di operista, a causa di una malattia che nel febbraio dell'anno successivo lo portò alla morte. La sua salma fu sepolta nella chiesa di Santa Maria di Nazareth (oggi meglio conosciuta come la Chiesa degli Scalzi).
Pollarolo deve il suo posto nella storia dell'opera principalmente per l'elevato quantitativo di lavori prodotti, sebbene siano di carattere più artigianale che artistico, e per alcune peculiarità stilistiche. In un periodo di 44 anni (1678-1722) compose circa 90 opere e 18 oratori. Gran parte delle sue opere impiegano libretti di Giulio Cesare Corradi, Matteo Noris, Francesco Silvani, Girolamo Frigimelica Roberti e Apostolo Zeno (questi ultimi due librettisti durante la sua epoca attuarono la riforma del libretto d'opera). I suoi lavori furono rappresentati con successo in tutt'Italia e oltralpe a Vienna, Brunswick e Ansbach; tuttavia furono oggetto di un successo non duraturo. Egli appartenne alla generazione di Marc'Antonio Ziani e Giacomo Antonio Perti, lo stile delle sue prime opere liriche deriva da quello tipico che caratterizzava i lavori di Giovanni Legrenzi e Carlo Pallavicino, sul quale Pollarolo prestò particolarmente attenzione per quanto riguarda l'espressioni drammatiche. Questi suoi drammi presentano recitativi quasi secchi, i quali nella cadenza, verso la fine e prima dell'aria, acquisiscono un carattere più melodico; talvolta egli alterna questi recitativi con ariosi di vari metri.
A partire da Il Faramondo del 1698 le opere di Pollarolo subiscono alcuni cambiamenti: gli ariosi scompaiono dai suoi drammi, i recitativi sono in gran parte secchi, l'espressione è ora concentrata sui mutamenti armonici, sulle modulazioni, sulla parte del basso cromatico e sulle dissonanze tra le parti vocali e quella del basso; si inizia l'impiego del recitativo accompagnato, punto focale dell'espressione, le arie sono più lunghe e seguono la forma dell'aria da capo (ABA), con l'impiego di variazioni.